In un discorso carico di tensione globale, il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, ha annunciato il 2 aprile una serie di tariffe doganali che andranno a colpire numerosi Paesi in tutto il mondo. Nel famoso Giardino delle Rose della Casa Bianca, Trump ha delineato le sue intenzioni protezionistiche attraverso una tabella dettagliata che illustra quali nazioni saranno coinvolte e le relative percentuali da applicare.

La Casa Bianca ha poi chiarito che questi dazi entreranno in vigore con un calendario scaglionato. I primi aumenti del 10% sono previsti per il 5 aprile, mentre il 9 aprile ci sarà un ulteriore aumento per i beni provenienti dalla Cina e dall’Unione Europea, superando il 10% iniziale.

Trump ha motivato questa mossa con l’idea di rivitalizzare l’occupazione interna e dare priorità al mercato statunitense, annunciando un’era dorata imminente per l’America. Le percentuali dei dazi, secondo il suo piano, sono strutturate per essere almeno del 10% per ogni Paese, ma variano notevolmente in funzione delle relazioni commerciali esistenti.

La metodologia utilizzata per calcolare questi dazi tiene conto principalmente delle tariffe subite dagli Stati Uniti e ne applica la metà come misura di reciprocità. Ad esempio, la Cina emerge come principale destinatario delle nuove tasse con un’imposizione del 34%, a fronte del 67% di dazi che secondo l’amministrazione statunitense colpirebbero i loro prodotti.

Altri Paesi, come l’Unione Europea, vedono i loro beni tassati al 20%, un dato che Trump sostiene essere giustificato da una media dei dazi percepiti. Tuttavia, molte delle cifre citate sollevano interrogativi sulla loro precisione, dato che le tariffe medie effettive sembrano essere notevolmente più basse.

Il discorso del presidente includeva anche un riferimento all’Iva, che ha descritto come una forma di tariffa, nonostante il suo reale funzionamento indichi un’imposta che si applica uniformemente su beni indipendentemente dalla loro origine.

La lista dei Paesi soggetti a queste nuove misure è piuttosto vasta e comprende nazioni con percentuali variabili di imposizione. Al top troviamo il Vietnam, colpito da un dazio del 46% nonostante il suo ruolo cruciale nella produzione per marchi di abbigliamento come Nike e Adidas.

In conclusione, mentre Trump dichiara di voler favorire l’economia americana, i critici avvertono che tali misure potrebbero avere l’effetto opposto, comportando costi maggiori per i consumatori statunitensi e potenzialmente scatenando una reazione a catena di ritorsioni commerciali a livello internazionale. L’attuazione di queste politiche sarà certamente seguita da vicino dai Paesi colpiti e potrebbe influenzare significativamente le dinamiche del commercio globale.

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