Nella città di Neuss, situata sulla riva sinistra del fiume Reno, si erge un’imponente struttura, un tempo sede del terzo maggior impianto di produzione di alluminio nell’Unione Europea. Tuttavia, questo stabilimento, noto come Rheinwerk, dall’inizio del 2023 ha smesso di fondere alluminio a causa degli insostenibili costi energetici. Le ciminiere del sito, da cui una volta si alzava fumo bianco, ora rimangono inattive, e le grandi fornaci volte a contenere metallo fuso argenteo sono ormai spente. La chiusura della produzione primaria ha mandato un segnale preoccupante in Germania e ha alimentato il dibattito sulla deindustrializzazione.
Nonostante la fine di una tradizione lunga sei decenni a Neuss, non tutto è fermo nello stabilimento. Dietro le sue tre imponenti sale di produzione, il Rheinwerk ha virato verso un nuovo modello di operatività, producendo lingotti di alluminio derivati da rifiuti. Questo processo richiede meno energia e riduce le emissioni rispetto all’alluminio fresco, noto come alluminio primario. Volker Backs, direttore generale di Speira, la società che gestisce l’impianto, ha sottolineato come la scelta di potenziare il riciclo non sia stata semplice, ma necessaria per la sostenibilità economica e ambientale. Questa transizione rappresenta un esempio di come molte aziende e governi europei stanno affrontando la sfida di modernizzarsi o ritirarsi da pratiche poco competitive.
Il dilemma della produzione industriale in Europa è alimentato da diverse pressioni, tra cui costi energetici elevati, concorrenti internazionali agguerriti, in particolare dalla Cina, e la prospettiva di una guerra commerciale con gli Stati Uniti. Le imprese devono decidere se continuare a investire in settori che richiederanno ingenti risorse per trasformarsi nell’era della sostenibilità, e i governi devono valutare quali realtà economiche supportare. In gioco non ci sono solo posti di lavoro, ma il futuro dell’industria del continente e la sua capacità di autosufficienza in materiali strategici come l’alluminio.
In risposta a queste sfide, la Commissione Europea propone il Clean Industrial Deal, un pacchetto di misure volto a ridurre i prezzi dell’energia e promuovere investimenti. Tuttavia, evitare di affrontare quali settori sostenere e quali lasciare al loro destino non è una strategia a lungo termine. La decisione avrà implicazioni fondamentali non solo sulla struttura industriale dell’UE, ma anche sulla sua indipendenza in risorse cruciali per diverse industrie.
L’industria dell’alluminio rappresenta un esempio paradigmatico. La produzione del materiale primario è altamente energivora, ma il suo riciclo offre una soluzione più sostenibile. Pur riducendo l’impatto ambientale e i costi energetici, la produzione secondaria deve fare i conti con molte difficoltà, tra cui una domanda volatile e una concorrenza agguerrita dall’estero.
La decisione di sostenere ulteriormente il settore del riciclo rispetto a quello primario potrebbe sembrare logica, tuttavia, la dipendenza dalle importazioni potrebbe limitare l’autosufficienza europea. Settori come quello automobilistico richiedono ancora materiali freschi e, mentre l’Europa si muove verso un sistema a basse emissioni, è vitale mantenere una certa capacità di produzione locale.
Ne consegue che la transizione ecologica richiede scelte ponderate su quali settori e prodotti sostenere. I governi e le aziende devono collaborare strettamente per navigare in un panorama economico in evoluzione, bilanciando tra innovazione sostenibile e mantenimento delle capacità essenziali per una robusta economia continentale.