Recentemente, le autorità israeliane hanno reso noto l’arresto di Daniel T., un cittadino di Petah Tikva di 26 anni, accusato di aver compiuto attività di spionaggio a favore dell’Iran. Questo arresto rappresenta soltanto l’ultimo episodio in una lunga serie di incidenti simili, che hanno visto decine di persone arrestare e incarcerare per collaborazione con l’Iran, uno dei principali avversari di Israele.
Daniel T. è sospettato di aver raccolto informazioni sul capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna israeliano, attraverso la fotografia della sua residenza. Inoltre, si sarebbe reso protagonista di azioni provocatorie, come la scrittura di slogan anti-israeliani su edifici pubblici.
Questo caso emerge appena due settimane dopo l’arresto di due militari israeliani, anche loro coinvolti in operazioni di spionaggio per conto di Teheran. Uno dei due, appartenente a un’unità del sistema di difesa missilistico Iron Dome, aveva registrato video di equipaggiamenti e riunioni riservate, procurando agli iraniani informazioni potenzialmente cruciali per un eventuale conflitto. In cambio, il militare avrebbe ricevuto circa 3.500 dollari.
Il fenomeno dello spionaggio iraniano in Israele segue un modello costante e chiaro. Negli ultimi anni, si contano almeno 40 casi recenti di tradimento, ma la stima potrebbe essere molto più alta secondo esperti del settore come Yossi Melman. I reclutamenti avvengono principalmente attraverso i social media, offrendo lavoro e guadagni rapidi, senza un vero slancio ideologico o politico da parte delle spie, che spesso si vendono per denaro piuttosto che per convinzione.
Gli individui reclutati provengono da diverse fasce della società israeliana: possono essere israeliani e arabo-israeliani, giovani e meno giovani, commercianti e piccoli imprenditori. Gli informatori sono inizialmente gestiti a distanza e, in seguito, possono incontrare i loro contatti iraniani in Paesi terzi, spesso in Europa o in Turchia, considerata una base operativa del servizio di intelligence iraniano.
Gli obiettivi iniziali dei reclutatori sono relativamente semplici, come scattare fotografie o trovare indirizzi di potenziali bersagli, affiancando sporadici atti di vandalismo. Con il tempo, le richieste possono diventare più complesse, arrivando a includere l’organizzazione di omicidi mirati. Un caso particolare ha coinvolto un settantenne israeliano trasferitosi nel sud della Turchia, contattato dai parenti della sua giovane compagna per orchestrare un attentato. Tuttavia, le sue richieste economiche erano superiori a quanto i suoi referenti erano disposti a pagare.
I servizi iraniani adottano un approccio che gli esperti hanno descritto come “spray and pray”, tentando di portare quanti più individui possibile all’interno delle loro reti spionistiche, nella speranza di azzeccare soggetti utili. Questa strategia serve a sovraccaricare le misure di sicurezza israeliane, costringendole a investigare su numerosi sospetti, dispersandone risorse e attenzione.